"Educare i figli è un'impresa creativa, un'arte più che una scienza"
Bettelheim
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6 aprile 2020

GENITORI IN QUARANTENA

Foto di torsmedberg da Pixabay
Sembra passato un secolo dal mio ultimo post (http://lartedieducare.blogspot.com/2020/03/fermarsi-senza-bloccarsi.html) e invece non è passato neanche un mese. Invitavo a trasformare le difficoltà in opportunità. E questo invito è ancora vivo, se possibile anche più di prima. Eppure ora siamo in un'altra fase. Si prospettano tempi lunghi ed è già un mese - giusto giusto - che le scuole in tutta Italia sono chiuse. Genitori e figli abbiamo sulle spalle un mese difficile e davanti a noi un tempo indefinito e pieno di incertezze, dubbi, paure. Come affrontarlo in qualità di genitori?

Fin qui si sono moltiplicati i suggerimenti su come trascorrere il tempo a casa (per adulti, ragazzi e bambini): canali you tube, mailing list, catene whatt'sApp, siti, riviste on line e chi più ne ha più ne metta. Fattura casalinga o professionale, noiosi, stimolanti, divertenti. Insomma la gran parte della creatività italiana (e non solo immagino) si è dedicata a risolvere il problema di come trascorrere il tempo. Laddove all'inizio sembrava questo il problema principale e probabilmente, almeno per molti, lo è. Sicuramente lo è per bambini e ragazzi.

Il risultato è un bombardamento di proposte, inviti, stimoli: audio e video letture, ginnastica, lavoretti, visite di musei virtuali, blog (per non parlare della didattica che è un capitolo a sé). Alla fine non c'è tempo per fare tutto! e così quello che doveva essere un tempo vuoto è diventato un tempo super pieno, anzi iper pieno!
Anche nella quarantena abbiamo replicato il nostro vizio come generazione di genitori: riempire il tempo, nostro e dei nostri figli. E così stiamo perdendo una delle opportunità di cui parlavo un mese fa.

Perché sotto questo tempo iper-pieno è rimasta l'ansia, la paura, l'angoscia, lo sgomento per una situazione semplicemente incomprensibile e inimmaginabile. E probabilmente è proprio per non affrontare questo sgomento che ci siamo affannati ancora un volta a riempire. Perché il vuoto non lasci affiorare la paura.
Ma ancora una volta sono i nostri figli - come sempre- a riportarci dentro di noi, a metterci di fronte a ciò che non vogliamo affrontare.

Perché accade - stando ai racconti dei genitori- che sono svogliati, dormono troppo o troppo poco o troppo tardi, sono irritabili, non accettano nessuna delle tante meravigliose proposte che i genitori inventivi e volenterosi offrono loro, non si concentrano su nulla e finiscono per placarsi solo di fronte a uno schermo.
Cosa succede? Perché con tante possibilità a disposizione - camere piene di giocattoli e internet pieno di proposte- i bambini non riescono a stare tranquilli, a concentrarsi, a dedicarsi a qualcuna delle tante belle attività che offriamo loro?

Perché anche loro sono spaventati, angosciati, preoccupati e più lo siamo noi, più lo sono loro. Il loro problema - e secondo me anche il nostro - non è come impiegare il tempo. E' comprendere, elaborare ciò che sta succedendo, per quanto possibile. Da un giorno all'altro si sono ritrovati senza scuola, senza maestre, senza altri bambini, senza natura, e senza movimento. E loro meno di noi sanno perché e per quanto. Dunque prima di ogni altra cosa, prima di qualunque proposta, hanno bisogno di essere rassicurati. Come fare?

Innanzitutto questo ci impone di affrontare noi per primi le nostre ansie e la nostra angoscia. Non si sfugge. Solo se cerchiamo noi per primi una forma  di equilibrio - per quanto provvisorio e precario -possiamo rassicurarli. E' la nostra responsabilità di genitori in questo momento, nonostante i problemi, il lavoro, le preoccupazioni, l'incertezza e la devastazione. Non abbiamo alternative su questo punto.

Fatto ciò, possiamo passare all'azione:
  1. spiegare cosa sta succedendo: con un  linguaggio adatto all'età del bambino, perché possa farsi un'idea, anche molto semplice, di ciò che accade e con modi e tempi propri possa fare domande ed esprimere sentimenti ed emozioni. Con i bambini più grandi e i ragazzi è importante parlare e ascoltare, creare occasioni - non lunghe, non "ufficiali", bensì semplici, quotidiane - di scambio, anche di sfogo se necessario.
  2. creare abitudini: tutte le abitudini precedenti sono saltate e non riprenderanno fra breve. Dobbiamo creare nuove abitudini, adatte ai nuovi ritmi della famiglia, del bambino, della didattica (dove c'è). Le abitudini rassicurano, scandiscono la giornata, facilitano l'organizzazione. 
  3. definire regole nuove: quelle di prima in molti casi risultano non applicabili o non adeguate. Ma una completa de-regulation crea ansia, conflitti continui, difficoltà di gestione. Stabiliamo regole nuove, adatte alla nuova situazione, per l'uso dei dispositivi, la condivisone degli spazi e dei tempi, la distribuzione delle mansioni domestiche, i compiti scolastici, ecc.
  4. lasciarli stare: e dopo tutto ciò, lasciamoli in pace. Il nostro ruolo di genitori riguarda i punti 1-3 (e la loro fondamentale premessa iniziale) e vi assicuro che non è né poco né semplice. Siamo genitori, non animatori (né tantomeno docenti, istruttori di ginnastica, esperti in lavoretti o altro). Lasciamo il loro tempo vuoto. Se i punti precedenti hanno funzionato saranno loro a impiegarlo (non a riempirlo) come vorranno, in base all'età, agli interessi e all'umore del momento. Useranno i giocattoli a disposizione o ne inventeranno di nuovi, leggeranno o balleranno, inventeranno storie o canzoni o vorranno fare quell'attività arrivata sulla chat che prima avevano rifiutato. Ci proporranno di fare alcune di queste cose  insieme probabilmente. O forse penseranno. Un po' si annoieranno. Meno male.


10 marzo 2020

FERMARSI SENZA BLOCCARSI

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Possiamo vivere questo momento come un problema e sicuramente molti di noi devono affrontare molti problemi: economici, lavorativi, di gestione.
Possiamo vivere questo momento con paura e ansia e trasmetterla ai nostri figli. E sicuramente abbiamo di che preoccuparci: la salute nostra e dei nostri cari, la sopravvivenza economica per molti di noi, il futuro lavorativo per alcuni.
Possiamo sentire lo spaesamento e la noia di un tempo prima stracolmo e ora improvvisamente vuoto. E possiamo trasmetterlo ai nostri figli.
Possiamo sentire il senso di isolamento per il fatto di non incontrare persone, non andare in posti frequentati, per il fatto di rinunciare ai nostri impegni sociali e possiamo trasmetterlo ai nostri figli, specie quelli più grandi ai quali dobbiamo riuscire a impedire di uscire.
Oppure.
Possiamo vivere questo  momento come un'opportunità. Un tempo ritrovato o forse mai avuto.
Un'opportunità per stare con i nostri figli: non accompagnandoli o riprendendoli da qualche attività, non partecipando a un laboratorio o andando a uno spettacolo. Solo stando insieme. Difficile, forse. Eppure possiamo  cogliere l'opportunità: di stare semplicemente insieme nella quotidianità. Senza dover necessariamente riempire il tempo e lo spazio. E dunque non mi avventurerò in consigli su come passare il tempo.
Un'opportunità di fare le cose con calma senza orario, senza la pressione del "facciamo tardi! sbrigati!". Potremmo scoprire che col giusto tempo possono fare molte cose da soli.
Un'opportunità per capire cosa è davvero importante per ciascuno di noi: il lavoro, il guadagno, la sussistenza, la salute, gli amici, i figli, lo sport. ..Cosa ci manca di più in questi giorni? Forse dopo lo assaporeremo con maggiore gusto.
Un'opportunità di sentire cose nuove: il silenzio in torno a noi, le città senza traffico, risvegliarsi senza impegni o con meno impegni, la consapevolezza - speriamo - che dalla nostra responsabilità dipende il benessere non solo di chi ci è caro ma anche di chi non conosciamo. Forse non abbiamo voglia di sentire queste cose. Forse proviamo angoscia, paura e smarrimento. E allora abbiamo l'opportunità di trasformarle in qualcosa di buono, di accomodarci in un vestito stretto e scomodo, ma col quale forse potremmo anche sentirci bene.
Come genitori abbiamo la responsabilità di cogliere quest'opportunità perché è l'unico modo che abbiamo per fa vivere ai nostri figli questi giorni con serenità. Un'opportunità appunto di vivere le relazioni e il tempo in modo nuovo. E chissà che non ci piaccia (un po'...)

Le cose accadano fuori di noi. Ma come le viviamo accade dentro di noi. Come le vivono i nostri figli accade fra noi e loro.

21 ottobre 2019

TRASMETTERE LE PASSIONI AI FIGLI

Foto di StockSnap da Pixabay
Come può un genitore trasmettere le proprie passioni ai figli?
In molti casi il desiderio di insegnare ai figli le cose che ci piacciono si scontra con la loro indifferenza o addirittura ostilità e la frustrazione e la delusione che ne seguono per noi è tale che gettiamo la spugna. A volte non solo rinunciamo a condividerle con i figli ma rinunciamo alla passione stessa, non trovando il tempo da dedicarle e ritenendolo secondario. Allo stesso tempo il bambino resterà con l'idea che quell'attività è noiosa e non la prenderà in considerazione come una possibilità.

Io credo che ancora una volta la chiave di tutto stia nell'affrontare le cose da un altro punto di vista. 
Innanzitutto proprio dalla passione. E da noi stessi. 
Se una qualunque attività ci piace e ci fa stare bene facciamola. Per noi innanzitutto. Per stare bene, per provare piacere, per nutrirci. Ci piace cucinare? Facciamolo. Per il piacere di farlo. Ci piace suonare? Facciamolo. Per il puro piacere di farlo. Ci pace fare trekking? Facciamolo, anche da soli, per il puro piacere di farlo. 
Se possibile facciamolo in presenza dei nostri figli, ma non per loro o con loro: cuciniamo, suoniamo, dipingiamo, facciamo bricolage quando ci sono anche loro. Il piacere che proviamo, la concentrazione, la soddisfazione, in una parola la passione che proviamo sarà evidente e, il più delle volte, contagiosa. Ci osserveranno e prima poi ci chiederanno di farlo anche loro. Oppure quando avremo destato la loro curiosità potremo proporre noi di fare insieme. La base di questo fare insieme sarà il piacere che hanno visto nei nostri occhi e il desiderio di condividerlo e di fare come mamma o come papà. Poi forse la concentrazione e l'interesse dureranno poco, i risultati non saranno eccelsi. Ma non importa. Sarà arrivato il messaggio che mamma o papà ama cucinare o suonare ecc. e che stanno bene nel farlo.
E per le attività che non si possono fare in casa? Se amo fare trekking o vela o teatro? Fatelo. Da soli, con i vostri compagni di avventura, fuori casa, poi tornate e raccontate con gioia la vostra impresa. Invitate vostri compagni di viaggio e fateglieli conoscere raccontando insieme. Vi chiederanno di venire con voi.
Lo so. A questo bel discorso ci sono almeno due obiezioni:

La prima: e il tempo? Dove lo trovo il tempo di coltivare le mie passioni nella vita frenetica che facciamo? Sono proprio i figli a sottrarmelo. Oltre al lavoro, la casa... La questione è seria e va affrontata con un discorso più ampio. Qui mi limito a dire che l'importanza di coltivare almeno in parte un proprio interesse è prioritaria come trovare il tempo per mangiare e dormire e pertanto la propria vita andrebbe organizzata anche con questo obiettivo. In ogni caso se noi non riusciamo a trovare il modo di appassionarci a qualcosa allora non possiamo certo sperare che lo facciano i nostri figli. Inutile pretendere di insegnare qualcosa che per noi è lettera morta ed è ormai, nel migliore dei casi, un lontano ricordo del passato. Lasciamo perdere allora. Almeno non li annoieremo e non correremo il rischio di fargli detestare ciò che noi abbiamo amato.

La seconda: e se poi non gli piace e si stufa? Possibile. Nulla di grave. Ci abbiamo provato e non è detto che in futuro non si interessino. I nostri figli non sono noi. Possono avere interessi, curiosità, tempi, diversi dai nostri. Non ha importanza. Ma certo sapranno ciò che appassiona noi. E non penseranno che cucinare sia noioso, o che fare trekking sia solo fatica inutile, per esempio. Abbiamo gettato un seme e continuiamo ad innaffiarlo ogni volta che ci vedono appassionati. Forse un giorno germoglierà. E se proprio non è il terreno giusto per quel seme, almeno avremo nutrito noi e non avremmo rinunciato a una parte importante di noi. Vi sembra poco?

28 maggio 2019

EDUCARE E' FATICOSO


Pensiamo che quando cresceranno e saranno più autonomi sarà meno faticoso. Quando dormiranno tutta la notte. Quando non dovremo più portarci la borsa piena di cambi. Quando faranno la doccia da soli. Allora sarà più facile. 
Poi scopriamo che non è così. Dormono di più, ma "fanno i capricci" di giorno. Non vanno cambiati, ma "non ascoltano". Non si ammalano più in continuazione, ma non vogliono fare i compiti.

Ma allora non si finisce mai?
Sarò impopolare, ma si, non si finisce mai. 
Nel confronto quotidiano con i genitori alla fine si arriva spesso a questa domanda. 
E anche quando le cose vanno meglio, anche quando la quotidianità funziona abbastanza bene, senza grandi difficoltà, il commento frequente è "ma che fatica!". 

E' vero. La fatica è costante, continua e ineliminabile. Fa parte del fatto di essere genitori. Cambia, ma non finisce.
Finiscono le notti insonni, i pannolini da cambiare e le pappe da preparare. A un certo punto riproviamo il piacere di una doccia senza orario o di un film la sera sul divano. Poi non li accompagniamo più a scuola e finiscono le corse e le urla la mattina. Un giorno cominciano a restare a casa da soli e se c'è sciopero a scuola possiamo non chiamare i nonni o la baby sitter o assentarci dal lavoro. Tutto questo finisce. Per fortuna crescono. 

Ma la fatica non finisce. 
Perché essere genitori significa essere presenti. Ed essere presenti è molto faticoso. Una presenza che cambia. E anche capire come cambia è faticoso. Perché non è immediato né istintivo. 
Nei primissimi anni appunto è una presenza innanzitutto fisica: non si può non esserci, innanzitutto col corpo, e, di conseguenza, è grande anche la stanchezza fisica. Poi man mano che le necessità di accudimento diminuiscono, sempre più la presenza necessaria è emotiva, di attenzione, di vicinanza, di ascolto. Non più una stanchezza fisica, non più una presenza assidua col corpo (che anzi deve progressivamente diminuire, per lasciare loro spazi di autonomia ed esplorazione), ma con la testa e le emozioni. 
Ecco allora la fatica di dare regole e limiti e farli rispettare (fatica enorme), la fatica di lasciarli esplorare la vita senza farsi sopraffare dalla paura, la fatica di rimanere sempre in ascolto, la fatica di reggere agli strappi e alle prese di distanza dell'adolescenza.

Non possiamo mai distrarci, mai sederci pensando che siamo arrivati in fondo alla strada,. perché è proprio allora che ci richiamano in qualche modo, presentandoci qualche bel problema per dirci "ehi ma ci sei?".
Certo, come ho scritto più volte, godiamoci i bei momenti, voltiamoci spesso indietro a guardare la strada fatta, accarezziamo con sguardo fiero i nostri figli e divertiamoci il più possibile con loro. Ma la fatica resta.

Si educa sempre, in ogni momento della giornata, facendo qualunque cosa e a qualunque età. Finché non saranno adulti e, si spera, al centro della propria vita. Perché si educa con la relazione e la relazione con un figlio non finisce. Si trasforma ma non finisce. 

25 marzo 2019

IL RISPETTO. QUESTO SCONOSCIUTO.

Image by cocoparisienne
Mio figlio non mi rispetta! Come posso ottenere il suo rispetto?
Partendo da questa domanda di una mamma ho cominciato a interrogarmi con lei su cosa è il rispetto.
E' una parola che usiamo molto spesso. Chiediamo rispetto. Ci aspettiamo rispetto. Ma che cosa significa?
In genere intendiamo la cosiddetta "buona educazione": ci aspettiamo che i nostri figli non ci rispondano in modo sgarbato, non ci offendano o non ci dicano parolacce, non ci aggrediscano fisicamente o verbalmente. E che lo stesso accada con gli altri adulti.
Sembra ovvio. Ma perché - ci siamo chieste con quella mamma - un figlio ci rispetta? Da dove viene questo confine insuperabile del rispetto?
Ecco è già arrivata una parola importante! Confine. Il rispetto è un confine. Una linea di comportamento che non può essere superata. Perché? La domanda non è solo uno sterile esercizio filosofico. E' importante perché se capiamo cosa è il rispetto possiamo anche capire meglio come ottenerlo. Che è un problema che molti di noi hanno, specie con figli adolescenti.
Allora torniamo a noi: da dove viene questo confine? Dal fatto che siamo i genitori, gli adulti. In altre parole dal ruolo. Ma questo oggi non basta. Il discorso è complesso, ma - in estrema sintesi- possiamo dire che oggi il ruolo si conquista nel campo della relazione giorno per giorno, non è dato a priori per il semplice fatto di essere genitore, insegnante, anziano ecc.
Allora torniamo alla domanda, come costruire una relazione in cui ci sia rispetto? Con la mia compagna di esplorazione abbiamo capito che una possibilità è la paura. Mio figlio mi rispetta perché ha paura. Delle punizioni. Delle mie reazioni. Del mio potere. Prima accadeva così quasi sempre. Oggi a volte ancora accade. E' una scelta possibile. Improntare un rapporto con i propri figli alla paura e al potere. Non mancherà il rispetto. Almeno quello esteriore. La "buona educazione" come dicevamo.
E se non voglio scegliere la paura come base del rispetto? Ecco dobbiamo interrogarci ancora.
Abbiamo rigirato la domanda allora. Noi chi rispettiamo? Rispettiamo i nostri figli?
Sempre più questa parola ci appariva oscura. Così comune, eppure sempre più opaca.
Alla fine abbiamo chiesto aiuto alla parola stessa, alla sua storia. Rispetto viene dal latino respicere, che significa "aver riguardo, considerare", a sua volta formato da RE-,"che accenna ripetizione e indugio" e SPICERE ,"guardare" (https://www.etimo.it/?term=rispetto). Dunque il rispetto è la considerazione dell'altro, nasce dallo sguardo attento, ripetuto, pieno di attenzione per l'altro. Io ti rispetto perché ti vedo. Perché ti considero, so chi sei, di cosa hai bisogno, cosa senti. Non nasce dal potere e dalla paura, ma - ancora una volta - dalla qualità della relazione. Forse ora scopriamo che le persone che rispettiamo sono quelle importanti per noi, cioè quelle che vediamo e che ci hanno visto.
E allora - continuando il viaggio - i figli ci rispettano se noi li rispettiamo, cioè li guardiamo con attenzione.
Ma non basta credo. I figli ci rispettano se ci guardano con attenzione. E' una relazione appunto, un confine. Se noi adulti non ci mostriamo, non ci facciamo guardare, nei nostri bisogni, nei nostri desideri, se noi stessi non ci guardiamo, allora non c'è rispetto. In altre parole se diciamo sempre si, se non diciamo mai "questo non lo voglio", "questo non mi piace" e "questo mi piace", questo si e questo no. Con chiarezza e decisione. Se cerchiamo sempre di accontentarli (che è ben diverso dal vederli). Se noi non siamo noi, se ci perdiamo nei desideri e nelle richieste dell'altro non ci sarà rispetto. E non solo con i figli, ma con chiunque.
Ecco, il rispetto nasce dal sapere chi sono io e chi sei tu.
La "buona educazione" viene dopo.

11 marzo 2019

EMOZIONI DA GIOCARE

A proposito di regolazione emotiva, alcuni genitori mi hanno segnalato una collana di libri molto utili per giocare con i bambini alle emozioni.


I tre Quaderni di Filliozat - ideati da Virginie Limousine, psicoterapeuta e pedagogista e Isabelle Filliozat, psicoterapeuta - sono degli albi di attività per "coltivare l'intelligenza emotiva", ossia la capacità di regolare le proprie emozioni e di saperle esprimere in modo appropriato, come dicevamo nel post precedente (http://lartedieducare.blogspot.com/2019/02/alla-ricerca-della-regolazione-emotiva.html).

Attività giocose da fare insieme, genitori e figli, per imparare a ri-conoscere e regolare le proprie emozioni. Quelle dei bambini, ma anche quelle dei genitori che, come dicevamo, hanno a volte anche loro qualche difficoltà di regolazione. Attività e giochi non solo per riconoscerle e nominarle, ma anche per identificare le reazioni fisiche, cioè per sentire le emozioni nel corpo.
Ci sono poi delle attività che possono tornarci utili in momenti specifici, come la ruota del emozioni che possiamo usare  per parlare delle emozioni in varie situazioni concrete e in vari momenti della giornata.

La forma grafica è molto accattivante e i testi forniscono informazioni utili non solo ai bambini ma anche agli adulti, in modo semplice e chiaro, sempre in relazione alle "scoperte" stimolate dalle attività.

Alla fine di ogni quaderno una sezione dedicata ai genitori: istruzioni per l'uso del libro, ma, soprattutto, istruzioni per l'uso delle emozioni! Informazioni semplici, basate sulle recenti acquisizioni delle neuroscienze per sostenere e guidare nostro figlio o nostra figlia a riconoscere ed esprimere le emozioni senza esserne travolto.



Il primo quaderno è dedicato a tutte e 7 le emozioni fondamentali (paura, rabbia, tristezza, vergogna, disgusto, gioia, amore), il secondo è specifico sulla rabbia - emozione che più preoccupa gli adulti - e il terzo all'autostima.
Hanno senso utilizzati in progressione, dal primo al terzo e sono indicati dai 5 anni.

Buon divertimento!

I. Filliozat, V. Limousine, E. Veillé, Le mie emozioni, L'ippocampo ragazzi.

27 febbraio 2019

ALLA RICERCA DELLA REGOLAZIONE EMOTIVA


Sempre più spesso si parla per i bambini di difficoltà nella regolazione emotiva.
Fatta eccezione per il disturbo in senso stretto che ovviamente richiede una specifica diagnosi ed intervento, spesso questa categoria viene applicata per esteso ai bambini e le bambine che non sempre manifestano le emozioni nel modo corretto. Ossia come un adulto si aspetterebbe. Quindi con crisi di rabbia, con modalità fisicamente e verbalmente aggressive, con irruenza e agitazione. In genere l'emozione che viene "sregolata" è proprio la rabbia. Per esempio non mi è mai capitato di sentire che non venga regolata la felicità: un bambino eccessivamente felice non ci preoccupa o non ce ne sono?
Provocazioni a parte, la rabbia è un'emozione difficilissima da gestire. Per la sua natura ancestrale e primitiva è forse la più difficile da regolare e molto spesso i genitori e gli insegnanti si allarmano di fronte alle manifestazioni estreme dei bambini arrabbiati e hanno inevitabilmente grosse difficoltà a gestirli.

Ma spostiamo il focus di osservazione: noi adulti gestiamo bene le nostre emozioni e in particolare la nostra rabbia?
Perché se pretendiamo che lo sappia fare un bambino al punto da indirizzarlo a una valutazione diagnostica, dovremmo essere ben sicuri di saperlo fare noi per primi.
Le notizie di cronaca non ci confortano certo in tal senso e non c'è bisogno di fare esempi.
Ma possiamo pensare che, per quanto eclatanti, siano casi limite. Guardiamo allora alla nostra quotidianità, a noi stessi come adulti. Le nostre reazioni sono sempre regolate? Non ci capita mai di urlare senza controllo? Anche per motivi non particolarmente gravi? Non ci capita mai di dare uno sculaccione perché abbiamo perso la pazienza magari proprio perché nostro figlio si è arrabbiato in modo "esagerato"? Non ci capita mai di sbattere una porta, lanciare un oggetto, offendere qualcuno in un momento rabbia? Non "perdiamo mai la testa"? In altre parole, non ci sregoliamo mai?
Pensateci un minuto.
La cosiddetta regolazione si apprende - quando si apprende - nell'arco dell'intero sviluppo emotivo: dunque almeno fino ai 20 anni. Come possiamo darla per acquisita in un bambino se così spesso noi adulti non sappiamo regolarci?

Ma cosa significa regolare un'emozione? Significa avere in mano la manopola di un termostato, per mantenere la temperatura non troppo alta e non troppo bassa. Che, fuor di metafora, implica sapere cosa stiamo provando e comprendere come esprimerlo, senza agire, ma usando preferibilmente il linguaggio. In altre parole, se sono arrabbiato con te non ti picchio e non urlo, ma ti parlo. E lo faccio in modo che tu possa comprendermi. Vi sembra semplice? Quante volte ci riusciamo?

Credo che come adulti ancora una volta abbiamo un compito molto impegnativo: essere l'esempio e il modello. Nessun bambino può imparare a regolare le proprie emozioni se vive in un ambiente non regolato, se ha intorno sé adulti che non regolano essi stessi le proprie emozioni, se vede genitori o insegnanti cambiare spesso umore, urlare, perdere la pazienza con facilità.
Allora propongo un cambio di prospettiva: prima di inviare un bambino ad una valutazione clinica (a volte indubbiamente necessaria peraltro) osserviamo noi stessi e verifichiamo quanto siamo noi per primi in grado di regolarci, di esprimere in modo corretto le nostre emozioni. Il nostro termostato funziona?  Noi siamo il termostato dei nostri figli, imparano da noi ad usarlo, osservando come noi utilizziamo il nostro.

Direi allora che quella della regolazione emotiva più che una pretesa per i nostri figli è una sfida quotidiana per ciascuno di noi. Buona regolazione a tutti e tutte!

11 febbraio 2019

NON DI SOLI PROBLEMI VIVE L'UOMO


I nostri figli hanno delle difficoltà. Tutti e tutte.
C'è chi è troppo impulsivo, chi è troppo timido, chi teme di non riuscire e si tira indietro, chi fa amicizia con fatica, chi tende a comandare e chi a subire, chi si arrende subito di fronte alle difficoltà e chi ha paura di sperimentare cose nuove. Solo per fare degli esempi.
I genitori mi raccontano delle varie difficoltà dei propri figli e figlie con preoccupazione. Chiedendosi e chiedendomi se si tratta di aspetti patologici e che cosa si può fare per risolvere il problema.

Innanzitutto sgombriamo il campo dal timore - sempre dietro l'angolo - della patologia. Dobbiamo sospettare una patologia quando un comportamento è generalizzato (interessa più ambiti e aree), impedisce lo svolgimento di attività o funzioni (per esempio non si riesce ad andare a scuola), provoca stati di sofferenza. In questi casi è importante attivarsi con i vari specialisti per capire cosa succede e affrontare nel modo più opportuno la situazione.

Ma nella maggiorparte dei casi non è di questo che si tratta. Parliamo di difficoltà che i bambini e le bambine affrontano quotidianamente, con fatica certo, con disagio anche, ma senza che questo si trasformi in un blocco. Non sono patologie, ma fragilità. Umanissime fragilità. E fasi di crescita e cambiamento. Un bambino è timido e fa fatica fare amicizia? Non è una malattia da curare. Ma un aspetto da sostenere. Forse una caratteristica individuale che rimarrà in via definitiva e quel bambino sarà un adulto che avrà pochi amici molto ben selezionati. Perché dovrebbe essere un problema? O forse invece diventerà un adulto espansivo e circondato da molte relazioni. Chissà...!? Dipende da noi genitori? In parte, forse. Per il resto dipenderà dalla vita. E siamo sicuri che una cosa sia meglio di un'altra? Siamo persone diverse e tali resteremo per fortuna. Ognuno con le proprie caratteristiche. Chi è timido e chi è espansivo, chi introverso e chi estroverso. Differenze e peculiarità, non problemi da risolvere.

Cosa possiamo fare noi genitori? Quello che possiamo fare sempre e comunque, in ogni situazione: osservare, ascoltare e sostenere. Che - vi assicuro - non è poco.
Osservare i nostri figli: vedere cosa fanno, come lo fanno, come stanno, chi sono. Ascoltarli quando ci manifestano una difficoltà, una fragilità, una sofferenza. A scuola, con gli amici, con se stessi, con noi. Senza pensare subito che ci sia un problema da risolvere, che stiano chiedendo a noi la soluzione magica. Solo ascoltare, con apertura e disponibilità. Sostenere, cioè affiancare, cercare insieme possibili alternative, dare il nostro punto di vista, o qualunque altra cosa ci sembri importante fare o dire. Tutto questo si riassume in una parola: esserci. Questo è il nostro compito. E non è affatto facile né di poco conto.

Mi chiedo però perché così spesso ci facciamo questa domanda. Ho il dubbio che dietro questo interrogativo ci sia la fantasia di un figlio perfetto, sempre adeguato, mai in difficoltà, che non (ci) pone mai problemi. Come se ogni inciampo o situazione critica diventi un test sulla sua normalità, la sua adeguatezza e, quindi, la nostra come genitori. Le difficoltà, gli inciampi, le fragilità fanno parte degli esseri umani. Anzi io credo ne costituiscano la bellezza. L'insieme unico e irripetibile di fragilità e risorse rende speciale e bellissimo ciascuno di noi. Adulti e bambini.
Non c'è nulla da correggere, riparare, curare. Solo persone da accompagnare nella crescita. Faticosa e meravigliosa al tempo stesso.

28 gennaio 2019

NON FACCIAMO FINTA DI NIENTE


A volte le persone importanti si allontanano. Partono, cambiano casa, o scuola. A volte solo per un periodo, poi tornano. Altre volte definitivamente. A volte si ammalano. O muoiono. A volte ci si separa.
Come comportarsi con i bambini in questi casi? Bisogna parlargli di ciò che accade o è meglio fare finta di niente in modo che la loro vita continui regolarmente senza scossoni?
Ovviamente sono situazioni molto diverse fra loro e l'intensità emotiva è completamente diversa. Un conto un amichetto che cambia scuola o quartiere, un conto un familiare che muore.
Tuttavia, nonostante questa notevole differenza, possiamo individuare un principio base che può guidarci nelle situazioni più disparate.
Il principio è: mai fare finta di niente.
La cosa interessante è che tendiamo a fare finta di niente proprio quando invece si tratta di cose importanti, altro che niente! Se è niente davvero non c'è bisogno di fare finta. Se è davvero una sciocchezza che sia tale. Ma se è una cosa importante allora non possiamo ridurla a niente.
Ecco forse possiamo estendere il principio: mai fare finta.
Perché i bambini sanno. Sanno prima che parliamo e sanno anche se non parliamo.
Sanno perché la loro viva e percettiva emotività, la loro capacità di essere in sintonia con l'ambiente che li circonda li rende particolarmente ricettivi a tutti i segnali anche non verbali, che sono inevitabili: sguardi, espressioni del viso, posizioni del corpo, discorsi a bassa voce e frasi interrotte, occhi rossi di pianto e sospiri. Stanchezza, nervosismo, distrazioni e agitazione, litigi, silenzi, bugie e omissioni. Cambiamenti di abitudini, di spazi e tempi. E ogni altra variazione, per quanto piccola possa apparirci.
E se per tutti questi piccoli o grandi cambiamenti non c'è una spiegazione chiara, esplicita e comprensibile il bambino comincia a farsi tante domande e comincia ad essere preoccupato e angosciato: che succede?  Perché accadono queste cose? E' colpa mia? Io che posso fare per cambiare le cose? Cosa accadrà domani? Forse anche altre persone possono sparire senza avvisare? Anche io ? Anche la mia mamma?
E queste - e simili - domande e la preoccupazione cominciano a trasformarsi in comportamenti: il bambino diventa agitato, più "capriccioso", tende a chiedere più attenzioni e a fare più fatica a separarsi: si addormenta con più difficoltà, non vuole andare a scuola, tende a non fare le cose da solo e a chiedere sempre più attenzione in qualunque modo. Ha bisogno di essere rassicurato. Sta accadendo qualcosa di importante intorno a lui, ma non sa cosa e non sa farsene una ragione. E' in allarme. Gli manca la terra sotto i piedi.
Per evitare tutto questo - la cui intensità è variabile naturalmente in base alla situazione - basta non fare finta di niente. Basta dire cosa sta accadendo. Non in modo brutale ovviamente. In modo il più possibile concreto, con poche parole semplici e chiare, senza giri di parole né drammatizzando. Il come dire, quando dire e cosa dire è diverso a seconda della situazione. In alcuni casi sarà più facile, in altri molto più difficile. Sembra strano ma non c'è fatto della vita che non si possa dire, di cui non si possa parlare. La ragione per cui a volte ci sembra impossibile non è perché temiamo che sia difficile per lui o lei, ma perché è difficile per noi. Come parlare della separazione, della malattia e della morte? E' un così grande dolore per noi che ci sembra di non avere parole. E' troppo faticoso rispondere alle domande e trovare parole per spiegare ciò che a volte non si può spiegare. Ecco non sempre sappiamo spiegare. Ma dobbiamo dire. Perché si possa parlare e condividere. Se c'è uno spazio per parlare il bambino non ha paura, sa che può domandare, può essere ascoltato. Soprattutto sa cosa accade intorno, sa perché il silenzio, il cambiamento di abitudini e tutte le altre stranezze e non deve tenere tutto questo sotto controllo. Può affidarsi all'adulto e stare più tranquillo. I bambini sono molto più capaci di noi ad affrontare i cambiamenti. Diamogli fiducia.

14 gennaio 2019

LA CARTA DEI DIRITTTI DEI FIGLI NELLA SEPARAZIONE

Cominciamo senza indugi il nuovo anno con un tema importante e impegnativo. I bisogni dei figli nelle separazioni, ormai sempre più frequenti e inevitabili. E facciamolo dal loro punto di vista. Infatti l'Autorità Garante per l'infanzia e l'adolescenza lo scorso autunno ha pubblicato la "Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori". La Carta parte dal presupposto che, come affermato nella premessa, "la necessità di riorganizzazione, i contrasti, i cambiamenti, i problemi legati alla sfera economica possono distogliere l'attenzione dalle esigenze e dai diritti dei figli" (corsivo nel testo). Cosa che di fatto accade molto spesso.
Ecco allora che l'Autorità ha messo al lavoro esperti, associazioni e, soprattutto, bambini e ragazzi che, basandosi sulla Convenzione del 1989 sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, hanno individuato "diritti e principi di valore etico finalizzati a promuovere la centralità dei figli proprio nel momento della crisi della coppia".

 Ad una lettura veloce forse possono sembrare principi ovvi. Non è così. Molto spesso gli adulti nel corso di una separazione disattendono uno, più o tutti questi principi cardine. Inconsapevolmente e involontariamente. Coinvolti  emotivamente in modo molto forte, come è inevitabile che sia, nella fine della coppia, del progetto di vita che ne è stato alla base, si finisce spesso per perdere di vista quale è il bene dei figli, che la separazione inevitabilmente subiscono.
La Carta riguarda i bisogni di figli e figlie di tutte le età, non solo bambini piccoli, ma anche adolescenti.
A qualunque età infatti i figli hanno bisogno di rimanere figli e di contare su adulti che siano effettivamente tali e tengano in modo chiaro il timone. Questo mi sembra un filo rosso comune a molti punti della Carta (alcuni li approfondirò in post dedicati): i minori subiscono la separazione, che spesso avviene indubbiamente anche nel loro interesse sottraendoli ad un conflitto quotidiano distruttivo, ma loro non possono essere chiamati ad approvarla (men che mai a deciderla), né a gestirla. Non possono essere coinvolti nelle tensioni economiche o comunicative che ne seguono. Insomma, come dicevo nel post precedente (http://lartedieducare.blogspot.com/2018/12/chi-e-ladulto.html), gli adulti devono fare gli adulti. Siamo noi adulti che ci separiamo da un partner ed è indispensabile che proteggiamo i nostri figli nel loro ruolo, rassicurandoli sul mantenimento dei legami affettivi e cercando, anche molto faticosamente spesso, di garantire loro quella che oggi si chiama la co-genitorialità: vale a dire la condivisione anche da separati del ruolo di genitore e delle funzioni educative da parte di entrambi i genitori, in modo il più possibile paritetico
L'altro tema comune a più punti è quello della comunicazione: i figli e le figlie hanno diritto di sapere, in modo chiaro ed esplicito. A non vivere nell'incertezza e nella confusione. Perché sono dolorose e angoscianti. Se so cosa accade posso affrontarlo. L'ignoto no.
Sono questioni complesse tuttavia che meritano di essere affrontate in dettaglio e che qui ho voluto solo accennare. Per ora vi segnalo la Carta e i link per scaricarla e approfondire i singoli punti:
https://www.garanteinfanzia.org/landing2/Locandina.pdf
https://www.garanteinfanzia.org/landing2/Libretto.pdf
Il sito dell'Autorità Garante è https://www.garanteinfanzia.org

3 dicembre 2018

CHI E' L'ADULTO?


Già: chi è l'adulto?
Domanda apparentemente banale e dalla risposta scontata.
Ovvio: gli adulti siamo noi.
Eppure non è così banale.
Noi siamo gli adulti e i nostri figli sono bambini o ragazzi. Comunque non ancora adulti.
Ovvio anche questo.
Eppure questa affermazione così scontata da risultare ovvia, e persino banale appunto, implica a ben guardare molte conseguenze importanti.

Implica il fatto che la responsabilità delle decisioni spetta a noi. Anche di quelle incerte e faticose.
Spetta a noi decidere a che età si può avere uno smartphone, non alla insistenza delle richieste che riceviamo. Spetta a noi stabilire quali programmi si possano guardare e quali videogiochi si possono giocare, non al gruppo dei pari, né tantomeno al mercato. E spetta a noi sostenere l'inevitabile conflitto che questa responsabilità comporta.

Essere adulti comporta che non possiamo mettere a parte i figli delle nostre questioni intime come fossero i nostri amici. Non possiamo coinvolgerli nelle nostre delusioni sentimentali o nei problemi lavorativi o di altra natura. Non sono loro che devono consolarci o proteggerci. Ma noi che dobbiamo consolare e proteggere loro.

Non possiamo coinvolgerli nelle eventuali difficoltà di relazione che abbiamo con l'altro genitore. Non possiamo chiedere a loro se rimanere sposati o separarci. La responsabilità della scelta - anche per ciò che riguarda le conseguenze per loro - è solo nostra. Per quanto enorme, non spetta ai nostri figli alleggerire per noi questo fardello. Siamo noi che dobbiamo alleggerirlo a loro.

Se siamo genitori separati non possiamo chiedere loro di essere il tramite per la comunicazione - difficile - coll'altro genitore. Per quanto faticosa spetta a noi e solo a noi. Loro sono i figli dell'altro genitore. Non l'ex moglie o l'ex marito.
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Essere adulti significa sapere che siamo il loro modello e il loro ideale. Anche quando ci contestano e sembrano rifiutarci. Ciò che imparano non lo imparano dalle nostre parole, ma vivendo a fianco a noi e assorbendo il nostro mondo emotivo e relazionale. Se quando ci arrabbiamo tendiamo a perdere il controllo lo perderanno, se noi condividiamo saranno generosi, se siamo ostili saranno diffidenti, se sappiamo piangere sapranno farlo anche loro e se li abbracciamo ci abbracceranno.

Alla fine dei conti questa cosa così ovvia - gli adulti siamo noi - è una gran fregatura perché comporta moltissime responsabilità e molte gatte da pelare che non possiamo lasciar pelare a loro.

Per questo diventa una domanda necessaria. Nelle difficoltà di ogni giorno, quando non sappiamo se dire o non dire, se fare o non fare possiamo chiederci "chi è l'adulto?". La risposta a questa domanda sarà un inizio di soluzione del problema.

A questo punto temo che la vera domanda difficile sia: ma noi siamo adulti?

19 novembre 2018

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI


Per i genitori è difficile vedere i figli e le figlie in difficoltà. E' difficile vederli piangere, vederli tristi, spaventati, vederli in difficoltà nelle prime relazioni con gli altri bambini, o alle prese con la frustrazione a scuola, con la paura di non riuscire, è difficile vederli affrontare le prime grandi delusioni in adolescenza.
E' naturale. Ma forse ultimamente ci stiamo spaventando un po' troppo. Abbiamo il mito dell'infanzia felice. Il terrore del trauma. Le trasformazioni culturali degli ultimi decenni hanno costruito in noi genitori l'idea di un bambino che non deve soffrire, perché se soffre significa che non è abbastanza amato. Che è infelice. E la sua infelicità dipende da noi. E allora il compito dei genitori diventa quello di eliminare le difficoltà per il figlio o la figlia. Perché non pianga, non sia triste, non abbia paura, non sia escluso, non sia frustrato, non sia insicuro, non sia mai deluso né solo.
Tutto questo naturalmente non è possibile. Anzi finisce coll'essere dannoso.
Di fatto inevitabilmente nella vita ogni persona incontra tutte queste situazioni: tristezza, paura, dolore, frustrazione, insicurezza, delusione, solitudine, e chi più ne ha più ne metta. Se il genitore semplicemente le rimuove restano emozioni che non si possono affrontare, perché non si impara a farlo.
Se appena si rompe un gioco e il bambino si dispera glielo ricompriamo, non sperimenterà che si può perdere qualcosa, che il dolore può passare e che ci sono dei modi utili per farlo passare.
Se appena un bambino ha paura di una situazione gliela evitiamo, non capirà di avere la forza per superare i propri limiti.
Se appena un bambino non riesce a fare un compito, glielo facilitiamo - facendolo al suo posto o evitandoglielo - non imparerà che si può non riuscire, che non è un dramma e non imparerà che a volte, insistendo, si riesce.
Se appena un bambino ha una difficoltà di relazione con un coetaneo interveniamo per far andare le cose come vogliamo noi, per il suo bene, non imparerà come si possono gestire i rapporti interpersonali.
La vera sfida non è non incontrare situazioni faticose e dolorose - cosa impossibile appunto - ma saperle affrontare e superare. Per poi provare nuovamente - e con più intensità a volte - gioia, appagamento, sicurezza, fiducia in sé e negli altri, senso di appartenenza e riconoscimento. Magari anche felicità. Tutta quella gamma di emozioni e sentimenti positivi che ogni genitore vuole donare al proprio figlio e figlia.
Che fare allora? Come sopportare che nostro figlio o nostra figlia soffra e sia in  difficoltà?
Affiancandolo nel tollerare la difficoltà e nel trovare un modo utile per superarla, scoprendo le risorse interne ed esterne che ha a disposizione e come utilizzarle.
Un gioco rotto può essere salutato, per esempio, e possiamo accettare che pianga per far passare il dolore della perdita.
Possiamo rassicurarlo per superare una paura e se non si rassicura subito stare comunque insieme.
Possiamo spronarlo ad insistere nel fare una cosa non facile, magari suggerendo altri modi per farla. E accettare che si arrabbi se non riesce.
Possiamo ascoltarlo e accoglierlo se ha un problema con un coetaneo e lasciare che sperimenti dei modi per risolvere il suo problema.
In altre parole possiamo riempire un bella cassetta di attrezzi utili a vivere. Ogni difficoltà quotidiana può essere un modo per trovare l'attrezzo giusto per quella situazione, scoprire come si maneggia e riporlo nella preziosa cassettina. Un attrezzo per affrontare il dolore, uno per tollerare la frustrazione, un altro per superare la paura. E via dicendo. Quando sarà grande porterà con sé nella vita questa cassetta degli attrezzi e quando sarà in difficoltà cercherà l'attrezzo giusto e saprà come usarlo. Quale dono più grande?
Il punto però è: noi abbiamo la nostra cassetta degli attrezzi? E in che stato di manutenzione è?


5 novembre 2018

ELOGIO DELLA LENTEZZA


Viviamo di corsa. Abbiamo sempre fretta. Viviamo in ritardo, o con il timore di esserlo. Mentre facciamo una cosa già stiamo pensando a quella - o più spesso a quelle - successiva.
Mettiamo la stessa fretta ai nostri figli. Che invece hanno la loro lentezza. Per noi un'insopportabile lentezza. Bisogna sempre sbrigarsi e spesso non c'è tempo per lasciarli fare da soli, per lasciare che mettano il calzino in modo sbagliato. Spesso c'è poco tempo anche per stare insieme e per parlare. Le faccende ci attendono, la cena è da preparare, la doccia da fare.
Ma non è solo questa la velocità continua a cui sono esposti i nostri figli.
C'è anche quella delle immagini. E delle storie.
Eccezion fatta per i cartoni animati rivolti ai bambini molto piccoli, il linguaggio visivo oggi è molto veloce. Non solo il montaggio è serratissimo. Ma anche le sceneggiature, il ritmo dei dialoghi e l'incalzare della vicenda. La musica e i colori vivissimi in genere accentuano questo linguaggio. Quando non subentrano gli effetti speciali ovviamente. Penso per esempio ai film di animazione della Pixar e della Disney, ma non solo.
Bisogna rivolgersi a prodotti meno diffusi per trovare il gusto del racconto e della lentezza. Lentezza di immagini, di ritmo narrativo e dunque di emozioni. Penso per esempio ai film dello Studio Ghibli, ma non solo.
Se i primi suscitano piacevole divertimento, buonumore, sorpresa, eccitazione, competizione per la vittoria del protagonista, i secondi smuovono una gamma più articolata di emozioni: attesa, stupore, delusione, malinconia, tristezza, gioia, sollecitando lo spettatore alla condivisione dei sentimenti rivelati dal racconto e dalle immagini.
Non intendo fare un confronto fra film belli e film non belli. Anzi ci sono film belli e meno belli in entrambe le categorie. Credo che debbano essere proposti e goduti entrambi.
Anzi è proprio questo il punto. Solitamente proponiamo solo - o prevalentemente - i primi. Così riproduciamo nel linguaggio visivo e nel tempo ludico quella velocità che è ormai la cifra distintiva del nostro tempo. In questo modo i bambini e le bambine non imparano a soffermarsi. Sulle emozioni per esempio. Perché ci sia il giusto tempo per passare da una scena all'altra, da un'emozione all'altra. Non imparano ad attendere. Lo svolgersi della vicenda, il tempo dell'attesa narrativa. Non imparano a concentrarsi, per seguire la narrazione: si abituano a uno svolgimento immediato e veloce, senza pause. Mi chiedo se possa esserci correlazione col fatto che il deficit di attenzione è oggi fra le diagnosi più comuni.
Nella prassi veloce della vita quotidiana non imparano la pazienza, l'attesa, la noia. Stiamo crescendo bambini smart, veloci e multitasking. Con problemi di concentrazione, scarsa empatia e difficoltà nella regolazione emotiva.
Se non sempre possiamo rallentare i ritmi quotidiani, per quanto sarebbe auspicabile, proviamo un piccolissimo e piacevole antidoto. Variamo i prodotti visivi che proponiamo ai nostri figli. Pixar e Studio Ghibli. Disney degli ultimi anni e dei primordi. Masha e Orso e La Pimpa. Avete mai provato a vedere insieme un film muto? Con la nostra presenza sono una bellissima proposta. Stanlio e Ollio, Charlie Chaplin... Non è roba andata. Possono ancora emozionare e divertire, noi e loro. Con lentezza.

22 ottobre 2018

QUANDO NON VOGLIONO PIU' ESSERE ABBRACCIATI

A volte succede all'improvviso. Altre volte un po' alla volta. Altre volte è possibile solo di nascosto, al riparo da sguardi indiscreti. Oppure solo in momenti speciali. Fatto sta che la maggiorparte degli adolescenti a un certo punto non vuole più gli abbracci. Non solo non vogliono più le coccole, ma spesso - non sempre - si allontanano fisicamente, si tengono e ci tengono a distanza, anche col corpo. E se proviamo ad avvicinarci e ad abbracciarli si ritraggono, o peggio.
Questo per molti genitori, mamme in particolare, è un grande dolore.
La mancanza a volte improvvisa di contatto, tenerezza, complicità fisica appare rifiuto, indifferenza. Ai tentativi di ritrovare la vicinanza perduta fa spesso seguito una rispostaccia che ribadisce la nuova distanza e questo fa male.
Poi magari accade che di colpo, senza un'apparente ragione, in modo quasi furtivo, sia il ragazzo o la ragazza ad avvicinarsi e richiedere - a volte quasi con timidezza - la coccola di un tempo. E magari ci trova spiazzati, indaffarati, impreparati, incapaci di cogliere l'attimo fuggente. E se questo accade lui o lei si arrabbia. Lo prende come un rifiuto, ci accusa di non capire e di non esserci. E noi non ci capiamo più niente. Rimaniamo stordite, pensando di aver di fronte un figlio nuovo, un marziano che parla una lingua improvvisamente sconosciuta, di cui non possediamo né grammatica né vocabolario.
Che succede?
Succede che a un certo punto della vita bisogna prendere le distanze. E si comincia a farlo col corpo.
L'adolescenza serve a completare quel processo di differenziazione dai genitori e di definizione della propria individualità iniziato con il taglio del cordone ombelicale.
Ora bisogna portare a termine l'impresa, pena una fatica di vivere troppo grande.
Ma l'impresa è ardua. Perché la voglia di rimanere vicini è forte. E più è forte più bisogna allontanarsi. Per non cadere in tentazione. E se dall'altra parte c'è un richiamo continuo alla vicinanza allora la fatica è ancora più grande e a volte la fatica diventa rabbia. E la distanza si fa incolmabile. Perché se mi avvicino vengo risucchiato in quel mondo infantile che è bello, ma che ora mi ostacola e a cui sento di non appartenere più.
E allora che possiamo fare noi genitori? Noi mamme orfane di un abbraccio e del bacio della buonanotte?
Innanzitutto facciamocene una ragione. Gli abbracci torneranno, da adulto ad adulta auspicabilmente, quando sarà il tempo. L'infanzia è andata. Speriamo di averne goduto gioie e fatiche il più possibile. Ma ora non c'è il deserto.
Ora c'è la presenza. Lo sguardo. Lo sguardo che segue i nostri figli da vicino ma con discrezione, che li guida senza abbandonarli a sé stessi, ma senza pretendere che rispondano ai nostri desideri. Lo sguardo di chi li lascia andare continuando a osservarli. Restando lì da dove partono, perché quando vogliono tornare sappiano dove trovarci. Allora tornano, ci abbracciano forse, e poi ripartono.

24 settembre 2018

COSA SIGNIFICA ADOLESCENTE?


L'altro giorno ho scoperto il significato dell'adolescenza. O meglio ho scoperto il significato della parola adolescente. Adolescente  è il participio di adolesco, cresco, che a sua volta  viene da ad- rafforzativo ed alere, nutrire. Quindi adolescente significa che si sta nutrendo. Laddove adulto significa che si è nutrito.

Questo ci dice tre cose importanti.

La prima è che gli adolescenti - non gli adulti immaturi, ma proprio gli adolescenti - sono ancora nell'età dello sviluppo. Sembra una cosa ovvia ma non è così.  Molto spesso infatti ci rapportiamo con loro aspettandoci reazioni e comportamenti adulti, trascurando che l'adolescenza ha caratteristiche specifiche sul piano cognitivo, su quello emotivo e su quello esistenziale. Il cervello di un adolescente non è ancora completamente formato, la gestione emotiva è ancora immatura, la ricerca di senso e di un posto nel mondo è al centro del compito evolutivo dell'adolescenza, anche se si manifesta in modalità molto diverse da ragazzo a ragazzo. I genitori e gli insegnanti hanno il dovere di informarsi e conoscere queste specificità, per non rischiare di sbagliare mira, aspettandosi ciò che da un adolescente non ci si può aspettare e non fornendogli d'altro canto il giusto supporto.

La seconda è che hanno bisogno di nutrimento. Nutrimento cognitivo, relazionale, emotivo, esistenziale. Hanno bisogno di un contesto in cui trovare questo nutrimento. Al di fuori della famiglia certo, ma anche in famiglia. Perché se è vero che la spinta di un adolescente è verso fuori, è altrettanto vero che ha bisogno di un luogo emotivo dove tornare, per nutrirsi appunto. Dove trovare calore, accoglienza, sostegno, confini, regole e quindi - fatta scorta di nutrimento - ripartire per nuove e più ampie esplorazioni.

La terza è che l'adulto deve essersi nutrito. cioè dobbiamo essere maturi. Non adolescenti anche noi mettendoci al loro stesso piano. Ma fonte di nutrimento appunto. Punti di riferimento, modelli - anche da contestare e sovvertire -, stimolo continuo, proposta.

Nutriamo allora i nostri ragazzi garantendo loro una relazione matura, contenitiva e stimolante: ascolto, scambio, presenza, varietà di relazioni. Anche se ci sembrano appiattiti sull'uso dei social e privi di interessi non smettiamo di proporre loro letture, film, persone da incontrare, esperienze, viaggi (anche piccoli), esplorazioni... Forse il più delle volte li respingeranno, qualche altra li prenderanno. Comunque saranno uno stimolo, una proposta da contestare, prendere o trasformare. Ma sarà comunque nutrimento che fa crescere. E per poter nutrire i nostri figli nutriamoci noi stessi. Guardiamoci intorno, leggiamo, esploriamo, costruiamo relazioni ricche, siamo curiosi della vita e del mondo. Come quando allattavamo e avevamo il compito di calibrare il nostro nutrimento perché avrebbe influenzato la qualità del latte. Da molti anni abbiamo smesso di allattare. Ma il compito di nutrire è ancora indispensabile.

16 luglio 2018

BEI MOMENTI


Già lo scorso anno di questi tempi vi auguravo di passare momenti piacevoli con i vostri figli. Ora rinnovo l'augurio. A costo di sembrare ripetitiva. Perché non è solo una cosa bella, ma anche molto importante.

Lo chiedo quasi sempre ai genitori che incontro: "qual'è un momento bello insieme che ricordate?". Spesso ci vuole del tempo per rispondere. A volte la risposta è "non lo so", altre volte, frugando nella memoria viene fuori un bel ricordo, intenso e complice e questo cambia la prospettiva. Non si vedono più solo i problemi e i conflitti, ma anche il piacere e le risorse. A chi un ricordo piacevole non lo trova lascio la domanda aperta: ci sono sicuramente momenti belli, ma siamo così presi dalle difficoltà che li abbiamo nascosti ben bene.

Ci sono ma possono e devono essere ancora di più.
Ore trascorse insieme a fare qualcosa che piace a entrambi. Non una cosa eccezionale o costosa. Purché sia piacevole. Un gelato? Un giorno in spiaggia? Un giro al Centro Commerciale? Un film sul , divano? Qualunque cosa, non ci sono indicazioni purché si stia bene insieme. Rilassati, complici, insieme appunto. A qualunque età. Da bambini, ma anche in adolescenza. Anzi soprattutto in adolescenza. E' vero che non vogliono fare le cose con noi genitori a quell'età. Quelle che proponiamo noi, però. Se chiediamo noi a loro cosa vogliono fare, lo sanno. E sono occasioni importanti per entrare nel loro mondo.

Eppure spesso anche pensando a situazioni piacevoli ci vengono a mente le difficoltà: l'ultimo giorno al mare è stato faticosissimo. Ed è impossibile mangiare un gelato insieme tranquilli e senza capricci. Non sono queste le giornate di cui parlo. Perché mentre mangiavamo il gelato dovevamo leggere un messaggio sul cellulare o mentre eravamo al mare volevamo riposarci e non stare sempre appresso a nostro figlio. O al Centro Commerciale dovevamo comprare un vestito e non siamo riuscite a provarne neanche uno. Sacrosanto. Ma questo non è stare insieme. Io intendo proprio stare insieme. Cioè essere presenti in quel momento in quello che stiamo facendo con nostro figlio o nostra figlia. Perché se ci sono momenti in cui se stiamo insieme bene poi sarà possibile anche provare un vestito in santa pace o controllare il cellulare senza problemi.
Ma se tutto è solo faticoso, il conflitto è inevitabile.
In alcune famiglie momenti così vengono da sé. In altri casi possiamo costruirli. Chiediamo ai nostri figli:  "ho voglia di stare con te. Cosa facciamo insieme?"
La complicità e la buona relazione che costruiamo in questi momenti ce la portiamo con noi anche nelle giornate più faticose. Genitori e figli.

Approfittiamo dell'estate. In genere siamo più disponibili e rilassati.
Vi auguro un'estate piena di bei momenti insieme.
E arrivederci a settembre!

28 maggio 2018

QUANDO UN BAMBINO MENA UN GENITORE


Perché i bambini menano i genitori?
A quanto pare succede più spesso di quanto si creda. Molti genitori mi raccontano che quando i figli sono arrabbiati, quando ricevono qualche no, alzano le mani sui genitori. Calci, schiaffi, pugni.
Mi riferisco a bambini di età scolare, dai 3 anni in su.
Prima di allora esprimere la rabbia fisicamente, cioè dando schiaffi o graffiando, è piuttosto naturale. I bambini di quest'età parlano col corpo e tutte le emozioni - quindi anche la rabbia - vengono espresse in modo fisico, sia fra coetanei che con gli adulti. Non  abbiamo a che fare con bambini violenti, che da grandi diventeranno dei bulli, ma semplicemente con bambini piccoli.

Man mano che il linguaggio si sviluppa, si crea la possibilità di dire le cose, e le emozioni - quindi anche la rabbia - possono essere espresse verbalmente e non più fisicamente. E' un processo che avviene in modo spontaneo, col procedere dell'evoluzione del bambino, ma ha bisogno di essere sostenuto dall'atteggiamento dei genitori. E' importante fermare il gesto del bambino, e sostituirlo con la parola: "vedo che sei arrabbiato, ma non si danno gli schiaffi". Questo non comporterà che il gesto non si ripeterà più, perché, come dicevo, richiede un processo fisiologico di maturazione. Ma gradualmente il genitore pone dei limiti e mostra delle alternative (la parola) che piano piano verranno acquisiti dal bambino, ciascuno con i propri tempi.

Ma perché anche accade anche dopo? Con bambini più grandi, anche delle scuole elementari.
Probabilmente il percorso appena descritto non si è svolto, o non del tutto. Non sono stati dati dei limiti chiari e non è stata proposta un'alternativa efficace tramite il linguaggio.

Ma, in ogni caso, io trasformerei la domanda: perché un genitore si fa menare dal figlio? Cosa spinge un genitore ad accettare di essere preso a calci da un figlio di 7 anni, per esempio? Me lo raccontano spesso. E quando io chiedo "e tu cosa fai?", in genere la risposta è: "aspetto che passi perché non posso menarlo a mia volta".

Perché non fermarlo? Perché ci sentiamo così deboli e fragili che non ci viene istintivo fermare un figlio che ci mena? A quell'età possiamo ancora fermarlo fisicamente, dopo sarà impossibile e soccomberemo irrimediabilmente. Semplicemente fermarlo. Non essere violenti. La scelta non è fra usare entrambi la violenza o subire. Né aiuta dare, dopo, delle punizioni "perché ti sei comportato male".  Sono inutili. Alla prossima occasione di rabbia e frustrazione il fatto si ripeterà, semplicemente perché non è stato appreso il limite, né un altra modalità, e dunque l'azione fisica è ancora il modo più istintivo di reagire ad una delle emozioni più primitive come la rabbia. E se non si verifica questo apprendimento rischia di verificarsi anche da ragazzi e da adulti.

Possiamo fermare un bambino che ci mena. Dobbiamo fermarlo. E' nostra precisa responsabilità di genitori fermarlo. E' un compito educativo imprescindibile. Al primo accenno di calci o pugni o altro, semplicemente fermarlo, con assoluta determinazione ma anche senza nessuna aggressività. E fermandolo affermare "questo non si può fare", guardandolo dritto negli occhi. Poi è necessario capire che cosa ha generato tanta aggressività e affrontare, con parole,  quel problema, riconoscendo e nominando la rabbia. Non occorre farlo una sola volta, ma sempre, ogniqualvolta si verifichi un episodio del genere . Finché il limite inviolabile del corpo altrui verrà acquisito.

Come spiegare ai nostri figli che non si mena se noi stessi accettiamo di essere menati? Che il corpo altrui è un confine invalicabile se noi consentiamo loro di violare il nostro?

14 maggio 2018

LA PIAZZA

Siamo affaticati, siamo sovraccarichi, siamo pieni di dubbi, domande, rovelli. Farò bene? Sarà giusto? Dove sbaglio? E' colpa mia? Ma solo mio figlio fa così?
In genere rivolgiamo queste domande a noi stessi. A volte  - spesso, vi auguro - al compagno o alla compagna. A volte - spesso, vi auguro -all'amica o all'amico. Poi osserviamo gli altri genitori e gli altri bambini alla ricerca di conferme o smentite. Leggiamo libri. Consultiamo siti. Spesso troviamo risposte controverse. E i dubbi tornano.

C'è tuttavia una risorsa potente per tirarci fuori da questo genere di impasse. Il gruppo.

Il gruppo è quello spazio in cui possiamo incontrare altri genitori e confrontarci, in genere in modo guidato. Un'esperienza diversa dalla chiacchiera al parco o all'uscita da scuola. Uno scambio, in un contesto in cui non si viene giudicati e in cui si può essere ascoltati e ascoltare a propria volta. Allora accadono cose molto importanti. Non ci si sente soli. Non ci si sente più inadeguati. Perché si scopre che i nostri dubbi e le nostre difficoltà sono quelle degli altri. Si trovano soluzioni. Perché si scopre come altri hanno affrontato il problema prima di noi. E non ce lo dice un libro o un sedicente esperto, ma un altro genitore. Si scopre anche di poter essere  una risorsa: la nostra esperienza, le nostre considerazioni diventano di aiuto agli altri. Si riescono a vedere le cose anche da altri punti di vista e questo di per sé ci mette in condizioni di cambiare. Ci si sente più capaci. Si creano legami intensi, che a volte proseguono oltre gli incontri e possono diventare occasione anche di aiuto reciproco in momenti complicati della vita quotidiana.

E allora perché è così difficile formare gruppi? I genitori preferiscono di gran lunga la consulenza individuale  (o di coppia) riguardo ad un problema specifico - fra l'altro con un costo e un impegno molto maggiori -piuttosto che partecipare a un gruppo. Perché?

Si avanzano problemi organizzativi - tempi, orari, costi - sicuramente esistenti, ma non sufficienti.
Credo piuttosto che ci sia una certa difficoltà alla condivisione. In un gruppo - per quanto educativo e non psicoterapeutico - ci si mette a nudo. Si mettono in gioco emozioni, dubbi, difficoltà, fragilità. Non siamo (più) abituati. Tendiamo a percorrere ognuno la propria strada, senza incrociare le altre. Senza soffermarci. Giorno dopo giorno, cercando di arrivare sani e salvi a fine giornata. Poi passerà. Domani andrà meglio. Fino a che non arriviamo ad avere per le mani il problema. Con una evidenza che non possiamo più ignorare. Qualunque esso sia: comportamento, scuola, sonno, regole, cibo, ecc. Di fronte al problema ci arrendiamo -spesso questa è la percezione. Non possiamo più non chiedere aiuto.  Dobbiamo ricorrere allo specialista: psicologo, neuropsichiatra, pediatra. Purché sia uno specialista in grado di risolvere quello che oramai è diventato il problema. Se ci fossimo fermati prima forse avrebbe potuto non diventarlo.

Questo procedere solitario, ognuno per la propria strada, finché questa non diventa davvero troppo stretta, non ci aiuta. Stiamo perdendo la cultura dell'incontro, dello scambio, del confronto. Forse l'abbiamo già persa. Anche in tanti altri contesti. E' probabilmente una caratteristica del contesto attuale.

Lasciamo invece che le nostre strade si incontrino in una piazza, non quella virtuale dei social e dei siti internet, ma quella reale del gruppo. Lì, in questa piazza simbolica, ognuno può portare il proprio cammino e conoscere quello altrui. Lasciata la piazza ognuno riprende la propria via, leggermente diversa proprio per le scoperte fatte nella piazza. E si procede meno soli fino al prossimo incontro.

Ringrazio con ammirazione i genitori che quest'anno hanno accettato di incontrarsi nelle piazze che ho messo loro a disposizione. Li ringrazio per la generosità e il calore con  cui hanno condiviso i loro cammini.

Invito tutti a venire in piazza e a crearne altre. Tante. Abbiamo bisogno di piazze. Non solo di strade parallele

30 aprile 2018

ABBASSIAMO L'ASTICELLA


Ci aspettiamo tanto. Dai nostri figli e figlie in primo luogo. Devono essere - anzi sono - intelligenti. Devono essere socievoli, ma senza essere invadenti o imprudenti. Devono essere vivaci, ma non troppo se no sono iperattivi. Devono essere bravi, sapendo bene cosa significa in ogni circostanza (http://lartedieducare.blogspot.it/2018/03/fai-il-bravo.html).

Ci aspettiamo tanto anche da noi stessi. Dobbiamo essere amorevoli. Sempre presenti e sempre attenti. Nulla può sfuggirci - stati d'animo, episodi, macchie sui vestiti e colpi di tosse. Dobbiamo essere simpatici con i nostri bambini, accoglienti, stimolanti. Non dobbiamo mai deluderli, men che mai essere causa di qualche dispiacere - che potrebbe traumatizzarli. Dobbiamo poter soddisfare le loro esigenze materiali e cognitive: comprare ciò che serve senza essere da meno degli altri, iscriverli e accompagnarli alle varie attività sportive e non. Nel fine settimana proporre attività stimolanti. Lavorare per avere la capacità economica di soddisfare queste esigenze. Ma anche essere presenti in casa. Una casa che deve essere presentabile. Come presentabili devono essere i nostri figli (dunque con vestiti stirati e smacchiati e vari). Il cibo di qualità. Dunque si cucina e si fa la spesa con molta attenzione.

Solo che spesso al termine di una giornata così urliamo. Urliamo per l'ultima cosa che capita. Per un giocattolo in mezzo ai piedi. Per un capriccio sul cibo preparato con tanta dedizione. Per i denti che non vuole lavare. E urliamo con tutta la stanchezza e la fatica che abbiamo accumulato nella nostra giornata alla ricerca della perfezione. E allora tutto va in pezzi. Perché non ci aspettavamo di urlare. Non volevamo urlare. Perché vediamo i nostri figli spaventati che piangono. E tutti i nostri sforzi di essere genitori perfetti sono svaniti così. In un dannatissimo urlo serale. E dobbiamo rimettere insieme i pezzi. Della relazione con i bambini, della serata, e dell'immagine di noi stessi o noi stesse.

E se invece abbassassimo tutti l'asticella?

Se lasciassimo che i bambini siano bambini? Dunque possano anche sporcare, arrabbiarsi e "fare capricci", scalmanarsi, annoiarsi, non voler fare i compiti né lavare i denti né stare seduti dopo che hanno finito di mangiare.

E soprattutto se ci concedessimo di essere persone? cioè genitori limitati, fallibili. Solo "sufficientemente" bravi? Se qualche volta dicessimo semplicemente NO, anche se causa rabbia? se dicessimo "si fa  e basta. Perché lo dico io!"?  Se comprassimo un pollo in rosticceria e lo mangiassimo tutti insieme sul divano sporcandoci le mani e facendoci un sacco di risate di fronte a una cretinata americana che non ha nulla di "educativo"?

Io credo che urleremo di meno e rideremo di più, in una casa più sporca e più disordinata probabilmente, con figli meno intelligenti e stimolati, ma forse più sereni. E soprattutto con genitori meno perfetti e più umani. Perché avere un genitore perfetto deve essere proprio una grande disgrazia.

16 aprile 2018

CUORI PURI

Cuori Puri, di Roberto De Paolis, Italia, 2016
E' il titolo di un film davvero notevole. Bello e complesso, intenso e delicato. Puro, a suo modo.
Può e deve essere letto a moltissimi livelli. Uno di questi è il rapporto fra la protagonista - diciottenne - e sua madre.
Il film - per essere molto sintetica e non svelare nulla - narra l'incontro di due giovani che pur abitando lo stesso quartiere - Tor Sapienza con tutte le sue difficoltà e contraddizioni - appartengono a due mondi lontanissimi. Eppure, o proprio per questo, si attraggono, si cercano, forse si trovano.
Agnese, in particolare, vive solo con la madre che ha scelto per sé e per lei un'appartenenza religiosa al cattolicesimo osservante fatta di misticismo, socialità, ma anche repressione della sessualità, forte colpevolizzazione rispetto al desiderio e al piacere. In nome di un amore concepito come sacrificio e come dono di sé completo all'altro, ogni altra esperienza è mortificata e censurata. La madre esercita un controllo ferreo sulla figlia in nome del suo amore di madre: in tutto il film le si rivolge sempre chiamandola "amore" - parola che finisce per suonare soffocante e quasi violenta - ma al contempo ne controlla pervasivamente la vita e l'intimità anche fisica. In nome del principio - confermato dal parroco- che i genitori,  e solo loro, sanno ciò è che giusto e sbagliato e scelgono sempre per il bene dei figli.
Ma Agnese ha un bisogno istintivo di crescere e vivere e cercare sé stessa che la porta a non fermarsi, a non accettare passivamente. Il conflitto interno che ne nasce porterà Agnese a scelte molto faticose, che non rivelo.

Attraverso questa narrazione, per certi versi un po' estrema, il film pone questioni complesse -come dicevo- ma questa è particolarmente importante per i genitori: più vogliamo controllare i nostri figli adolescenti, più ci sfuggiranno di mano. Più vogliamo imporre le nostre scelte e i nostri valori, più se ne allontaneranno. Più vogliamo proteggerli, più li mettiamo in pericolo. Più vogliamo tenerli con noi, più se ne andranno.
E allora che fare? Lasciarli liberi e basta? Che facciano quello che vogliono quando lo vogliono come lo vogliono? No, neanche questo. Come pure lascia intravedere il personaggio di Stefano, anche se non è questo l'aspetto centrale.
Io continuo a credere che il punto sia sempre e solo ascoltare. Faticosamente ascoltare. Non solo con le orecchie ma soprattutto col cuore e la mente- mi si perdoni la retorica. Non fare solo domande per sapere. Che hai fatto? Tutto bene oggi? Con chi sei uscito? Quanto sei stata al telefono?
Ma soprattutto domande per conoscere: come stai? cosa ti piace? cosa non ti piace? cosa desideri? che ne pensi? come puoi risolvere il problema?
Le risposte a queste domande ci diranno anche che ha fatto oggi e con chi è uscita. Ma anche molto di più. E non avendo bisogno di proteggersi dalla nostra invadenza, potranno coinvolgerci nella loro vita, quando ne avranno bisogno. Perché non saremo una minaccia alla loro integrità, ma una risorsa per la loro vita.

Il blog avrà ora una cadenza quindicinale. Il prossimo post sarà pubblicato il 30 aprile. Stay tuned!