"Educare i figli è un'impresa creativa, un'arte più che una scienza"
Bettelheim

7 febbraio 2021

Pillola blu o pillola rossa?

foto di mmmCCC da Piaxabay

Dottoressa cosa devo fare?

E' questa una domanda che mi viene rivolta molto spesso nella convinzione che io abbia LA soluzione. Che ci sia qualcosa di pratico che si può fare per risolvere situazioni educative difficili e faticose. Far dormire un bambino che non dorme o mangiare un bambino che non mangia, far diventare rispettoso un adolescente che risponde male, o far smettere un bambino di fare i capricci. 

Questa domanda nasconde dei presupposti:

  1. che ci sia una e una sola soluzione: ossia che ci sia una regola, un modo sempre giusto di affrontare il problema, come quando per abbassare la febbre so che devo somministrare la tachipirina 
  2. che questa regola sia pratica, cioè consista in una serie di azioni concrete e specifiche: fai questo e poi quest'altro ... ecc. 
  3. che la soluzione sia rapida: se farai questo e quest'altro subito le cose cambieranno e il problema sarà risolto. Se ho il mal di testa, prendo l'analgesico e in mezz'ora il dolore è scomparso.
  4. che la soluzione sia universale: se seguendo questa regola risolvo  il problema oggi, la applicherò ogni volta e risolverò sempre il problema.
  5. che il problema sia nel bambino: c'è sicuramente qualcosa che non va in lui o lei, qualcosa che non funziona come dovrebbe. Il che preoccupa anche, perché fa ipotizzare disturbi fisici (perché si sveglia sempre la notte? perché non mangia?) o evolutivi (è normale che fa sempre i capricci?)
In altre parole la risposta che ci si aspetta dagli esperti richiama ai principi di efficienza e rapidità che caratterizzano la nostra cultura e all'idea di salute come rispetto pieno di una norma standard che anch'essa caratterizza la nostra cultura: i bambini devono dormire tutta la notte nel loro lettino, a 6 mesi comincia lo svezzamento, a 12 camminano, i bambini devono stare seduti fermi in classe a 6 anni ecc.

Forse sarebbe bello se fosse così (chissà...): per me sarebbe facilissimo, basterebbe prescrivere un comportamento, una regola e mi sentirei l'esperta più esperta del mondo. Sarebbe facilissimo per i genitori: problema - soluzione, facile e indolore. Devo dare la pillola blu o la pillola rossa? 

Purtroppo (o per fortuna) non funziona così. I bambini - e direi gli esseri umani in generale - non funzionano così. L'educazione non funziona così.

Innanzitutto è un processo: richiede tempo e pazienza, nessun cambiamento umano è immediato né possiamo sapere a priori quanto tempo richiederà. Semino oggi per raccogliere domani. Ci vogliono mesi perché una mela maturi (https://lartedieducare.blogspot.com/2017/05/leducazione-e-un-processo.html).

In secondo luogo, è necessario avere informazioni corrette: come funziona il ritmo fisiologico del sonno dei bambini, cosa accade nel passaggio all'adolescenza, come si esprimono le emozioni nei bambini ecc. Per questo sono utili gli esperti.

Ma poi bisogna porsi in ascolto del nostro bambino o bambina per cercare di capire innanzitutto quale è il problema: perché non dorme? O non mangia? Di cosa ha bisogno? Perché mi risponde male? Cosa vuole dirmi? Porsi in ascolto richiede tempo, pazienza e la sospensione del giudizio: non è affatto detto che ci sia qualcosa che non va in mio figlio o mia figlia, molto più spesso ci sono dei bisogni che non sono capiti. Per questo quando i genitori mi pongono la domanda iniziale - dottoressa cosa devo fare? - il più delle volte rispondo con molte altre domande!

Solo dopo questi passaggi - informazione e ascolto - possiamo porci il problema della soluzione, che spesso è contenuta nelle prime due fasi. Allora possiamo ipotizzare non una regola, ma dei cambiamenti che i genitori - non il bambino! - potranno cercare di attuare per rispondere meglio ai bisogni del bambino e favorire il suo sviluppo in base alla fase evolutiva e alla sua natura. Cambiamenti che inevitabilmente richiederanno ancora una volta tempo, pazienza e capacità dell'adulto di cambiare alcuni aspetti di sé o della propria vita, per esempio modificare gli orari per andare a dormire o l'organizzazione del pasto per mangiare tutti insieme, o trovare tempo e voglia per guardare insieme al figlio adolescente l'ultima serie su Netflix che lo appassiona. 

Per questo si dice che essere genitori è il mestiere più difficile del mondo. Perché non è un mestiere che qualcuno ci insegna e si impara. Semplicemente non è un mestiere. E' la vita. E la vita il più delle volte non richiede soluzioni, ma impegno e disponibilità al cambiamento.


6 aprile 2020

GENITORI IN QUARANTENA

Foto di torsmedberg da Pixabay
Sembra passato un secolo dal mio ultimo post (http://lartedieducare.blogspot.com/2020/03/fermarsi-senza-bloccarsi.html) e invece non è passato neanche un mese. Invitavo a trasformare le difficoltà in opportunità. E questo invito è ancora vivo, se possibile anche più di prima. Eppure ora siamo in un'altra fase. Si prospettano tempi lunghi ed è già un mese - giusto giusto - che le scuole in tutta Italia sono chiuse. Genitori e figli abbiamo sulle spalle un mese difficile e davanti a noi un tempo indefinito e pieno di incertezze, dubbi, paure. Come affrontarlo in qualità di genitori?

Fin qui si sono moltiplicati i suggerimenti su come trascorrere il tempo a casa (per adulti, ragazzi e bambini): canali you tube, mailing list, catene whatt'sApp, siti, riviste on line e chi più ne ha più ne metta. Fattura casalinga o professionale, noiosi, stimolanti, divertenti. Insomma la gran parte della creatività italiana (e non solo immagino) si è dedicata a risolvere il problema di come trascorrere il tempo. Laddove all'inizio sembrava questo il problema principale e probabilmente, almeno per molti, lo è. Sicuramente lo è per bambini e ragazzi.

Il risultato è un bombardamento di proposte, inviti, stimoli: audio e video letture, ginnastica, lavoretti, visite di musei virtuali, blog (per non parlare della didattica che è un capitolo a sé). Alla fine non c'è tempo per fare tutto! e così quello che doveva essere un tempo vuoto è diventato un tempo super pieno, anzi iper pieno!
Anche nella quarantena abbiamo replicato il nostro vizio come generazione di genitori: riempire il tempo, nostro e dei nostri figli. E così stiamo perdendo una delle opportunità di cui parlavo un mese fa.

Perché sotto questo tempo iper-pieno è rimasta l'ansia, la paura, l'angoscia, lo sgomento per una situazione semplicemente incomprensibile e inimmaginabile. E probabilmente è proprio per non affrontare questo sgomento che ci siamo affannati ancora un volta a riempire. Perché il vuoto non lasci affiorare la paura.
Ma ancora una volta sono i nostri figli - come sempre- a riportarci dentro di noi, a metterci di fronte a ciò che non vogliamo affrontare.

Perché accade - stando ai racconti dei genitori- che sono svogliati, dormono troppo o troppo poco o troppo tardi, sono irritabili, non accettano nessuna delle tante meravigliose proposte che i genitori inventivi e volenterosi offrono loro, non si concentrano su nulla e finiscono per placarsi solo di fronte a uno schermo.
Cosa succede? Perché con tante possibilità a disposizione - camere piene di giocattoli e internet pieno di proposte- i bambini non riescono a stare tranquilli, a concentrarsi, a dedicarsi a qualcuna delle tante belle attività che offriamo loro?

Perché anche loro sono spaventati, angosciati, preoccupati e più lo siamo noi, più lo sono loro. Il loro problema - e secondo me anche il nostro - non è come impiegare il tempo. E' comprendere, elaborare ciò che sta succedendo, per quanto possibile. Da un giorno all'altro si sono ritrovati senza scuola, senza maestre, senza altri bambini, senza natura, e senza movimento. E loro meno di noi sanno perché e per quanto. Dunque prima di ogni altra cosa, prima di qualunque proposta, hanno bisogno di essere rassicurati. Come fare?

Innanzitutto questo ci impone di affrontare noi per primi le nostre ansie e la nostra angoscia. Non si sfugge. Solo se cerchiamo noi per primi una forma  di equilibrio - per quanto provvisorio e precario -possiamo rassicurarli. E' la nostra responsabilità di genitori in questo momento, nonostante i problemi, il lavoro, le preoccupazioni, l'incertezza e la devastazione. Non abbiamo alternative su questo punto.

Fatto ciò, possiamo passare all'azione:
  1. spiegare cosa sta succedendo: con un  linguaggio adatto all'età del bambino, perché possa farsi un'idea, anche molto semplice, di ciò che accade e con modi e tempi propri possa fare domande ed esprimere sentimenti ed emozioni. Con i bambini più grandi e i ragazzi è importante parlare e ascoltare, creare occasioni - non lunghe, non "ufficiali", bensì semplici, quotidiane - di scambio, anche di sfogo se necessario.
  2. creare abitudini: tutte le abitudini precedenti sono saltate e non riprenderanno fra breve. Dobbiamo creare nuove abitudini, adatte ai nuovi ritmi della famiglia, del bambino, della didattica (dove c'è). Le abitudini rassicurano, scandiscono la giornata, facilitano l'organizzazione. 
  3. definire regole nuove: quelle di prima in molti casi risultano non applicabili o non adeguate. Ma una completa de-regulation crea ansia, conflitti continui, difficoltà di gestione. Stabiliamo regole nuove, adatte alla nuova situazione, per l'uso dei dispositivi, la condivisone degli spazi e dei tempi, la distribuzione delle mansioni domestiche, i compiti scolastici, ecc.
  4. lasciarli stare: e dopo tutto ciò, lasciamoli in pace. Il nostro ruolo di genitori riguarda i punti 1-3 (e la loro fondamentale premessa iniziale) e vi assicuro che non è né poco né semplice. Siamo genitori, non animatori (né tantomeno docenti, istruttori di ginnastica, esperti in lavoretti o altro). Lasciamo il loro tempo vuoto. Se i punti precedenti hanno funzionato saranno loro a impiegarlo (non a riempirlo) come vorranno, in base all'età, agli interessi e all'umore del momento. Useranno i giocattoli a disposizione o ne inventeranno di nuovi, leggeranno o balleranno, inventeranno storie o canzoni o vorranno fare quell'attività arrivata sulla chat che prima avevano rifiutato. Ci proporranno di fare alcune di queste cose  insieme probabilmente. O forse penseranno. Un po' si annoieranno. Meno male.


10 marzo 2020

FERMARSI SENZA BLOCCARSI

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Possiamo vivere questo momento come un problema e sicuramente molti di noi devono affrontare molti problemi: economici, lavorativi, di gestione.
Possiamo vivere questo momento con paura e ansia e trasmetterla ai nostri figli. E sicuramente abbiamo di che preoccuparci: la salute nostra e dei nostri cari, la sopravvivenza economica per molti di noi, il futuro lavorativo per alcuni.
Possiamo sentire lo spaesamento e la noia di un tempo prima stracolmo e ora improvvisamente vuoto. E possiamo trasmetterlo ai nostri figli.
Possiamo sentire il senso di isolamento per il fatto di non incontrare persone, non andare in posti frequentati, per il fatto di rinunciare ai nostri impegni sociali e possiamo trasmetterlo ai nostri figli, specie quelli più grandi ai quali dobbiamo riuscire a impedire di uscire.
Oppure.
Possiamo vivere questo  momento come un'opportunità. Un tempo ritrovato o forse mai avuto.
Un'opportunità per stare con i nostri figli: non accompagnandoli o riprendendoli da qualche attività, non partecipando a un laboratorio o andando a uno spettacolo. Solo stando insieme. Difficile, forse. Eppure possiamo  cogliere l'opportunità: di stare semplicemente insieme nella quotidianità. Senza dover necessariamente riempire il tempo e lo spazio. E dunque non mi avventurerò in consigli su come passare il tempo.
Un'opportunità di fare le cose con calma senza orario, senza la pressione del "facciamo tardi! sbrigati!". Potremmo scoprire che col giusto tempo possono fare molte cose da soli.
Un'opportunità per capire cosa è davvero importante per ciascuno di noi: il lavoro, il guadagno, la sussistenza, la salute, gli amici, i figli, lo sport. ..Cosa ci manca di più in questi giorni? Forse dopo lo assaporeremo con maggiore gusto.
Un'opportunità di sentire cose nuove: il silenzio in torno a noi, le città senza traffico, risvegliarsi senza impegni o con meno impegni, la consapevolezza - speriamo - che dalla nostra responsabilità dipende il benessere non solo di chi ci è caro ma anche di chi non conosciamo. Forse non abbiamo voglia di sentire queste cose. Forse proviamo angoscia, paura e smarrimento. E allora abbiamo l'opportunità di trasformarle in qualcosa di buono, di accomodarci in un vestito stretto e scomodo, ma col quale forse potremmo anche sentirci bene.
Come genitori abbiamo la responsabilità di cogliere quest'opportunità perché è l'unico modo che abbiamo per fa vivere ai nostri figli questi giorni con serenità. Un'opportunità appunto di vivere le relazioni e il tempo in modo nuovo. E chissà che non ci piaccia (un po'...)

Le cose accadano fuori di noi. Ma come le viviamo accade dentro di noi. Come le vivono i nostri figli accade fra noi e loro.

21 ottobre 2019

TRASMETTERE LE PASSIONI AI FIGLI

Foto di StockSnap da Pixabay
Come può un genitore trasmettere le proprie passioni ai figli?
In molti casi il desiderio di insegnare ai figli le cose che ci piacciono si scontra con la loro indifferenza o addirittura ostilità e la frustrazione e la delusione che ne seguono per noi è tale che gettiamo la spugna. A volte non solo rinunciamo a condividerle con i figli ma rinunciamo alla passione stessa, non trovando il tempo da dedicarle e ritenendolo secondario. Allo stesso tempo il bambino resterà con l'idea che quell'attività è noiosa e non la prenderà in considerazione come una possibilità.

Io credo che ancora una volta la chiave di tutto stia nell'affrontare le cose da un altro punto di vista. 
Innanzitutto proprio dalla passione. E da noi stessi. 
Se una qualunque attività ci piace e ci fa stare bene facciamola. Per noi innanzitutto. Per stare bene, per provare piacere, per nutrirci. Ci piace cucinare? Facciamolo. Per il piacere di farlo. Ci piace suonare? Facciamolo. Per il puro piacere di farlo. Ci pace fare trekking? Facciamolo, anche da soli, per il puro piacere di farlo. 
Se possibile facciamolo in presenza dei nostri figli, ma non per loro o con loro: cuciniamo, suoniamo, dipingiamo, facciamo bricolage quando ci sono anche loro. Il piacere che proviamo, la concentrazione, la soddisfazione, in una parola la passione che proviamo sarà evidente e, il più delle volte, contagiosa. Ci osserveranno e prima poi ci chiederanno di farlo anche loro. Oppure quando avremo destato la loro curiosità potremo proporre noi di fare insieme. La base di questo fare insieme sarà il piacere che hanno visto nei nostri occhi e il desiderio di condividerlo e di fare come mamma o come papà. Poi forse la concentrazione e l'interesse dureranno poco, i risultati non saranno eccelsi. Ma non importa. Sarà arrivato il messaggio che mamma o papà ama cucinare o suonare ecc. e che stanno bene nel farlo.
E per le attività che non si possono fare in casa? Se amo fare trekking o vela o teatro? Fatelo. Da soli, con i vostri compagni di avventura, fuori casa, poi tornate e raccontate con gioia la vostra impresa. Invitate vostri compagni di viaggio e fateglieli conoscere raccontando insieme. Vi chiederanno di venire con voi.
Lo so. A questo bel discorso ci sono almeno due obiezioni:

La prima: e il tempo? Dove lo trovo il tempo di coltivare le mie passioni nella vita frenetica che facciamo? Sono proprio i figli a sottrarmelo. Oltre al lavoro, la casa... La questione è seria e va affrontata con un discorso più ampio. Qui mi limito a dire che l'importanza di coltivare almeno in parte un proprio interesse è prioritaria come trovare il tempo per mangiare e dormire e pertanto la propria vita andrebbe organizzata anche con questo obiettivo. In ogni caso se noi non riusciamo a trovare il modo di appassionarci a qualcosa allora non possiamo certo sperare che lo facciano i nostri figli. Inutile pretendere di insegnare qualcosa che per noi è lettera morta ed è ormai, nel migliore dei casi, un lontano ricordo del passato. Lasciamo perdere allora. Almeno non li annoieremo e non correremo il rischio di fargli detestare ciò che noi abbiamo amato.

La seconda: e se poi non gli piace e si stufa? Possibile. Nulla di grave. Ci abbiamo provato e non è detto che in futuro non si interessino. I nostri figli non sono noi. Possono avere interessi, curiosità, tempi, diversi dai nostri. Non ha importanza. Ma certo sapranno ciò che appassiona noi. E non penseranno che cucinare sia noioso, o che fare trekking sia solo fatica inutile, per esempio. Abbiamo gettato un seme e continuiamo ad innaffiarlo ogni volta che ci vedono appassionati. Forse un giorno germoglierà. E se proprio non è il terreno giusto per quel seme, almeno avremo nutrito noi e non avremmo rinunciato a una parte importante di noi. Vi sembra poco?